Amore.
A per Amami, ma anche, di più, per Amati
Quindi forse alla fine è AAMORE
M come sii il mio Mondo
O che però fallo Oggi ed Ogni altro giorno, e quindi sono due
R che è una che si arrotola, salta ed inciampa in una Ricerca costante, ma non ossessiva
E perchè tutto è Empirico, ed impari solo dall'esperienza, ma i mattoncini servono, quasi tutti, tranne se sei un po' scemo e ricadi nei pattern, e negli stessi avvenimenti
Se poi ci pensi però, c'è anche la R di Rispetto, quello che viene prima di tutto, qualunque sia il tipo di amore. E quindi per forza diventa A A M O O R R E.
Poi c'è la Fede, eh si. Non suona bene (AamoorreF???), ma c'è, eccome se c'è.
Non nell'accezione religiosa, ma sicuramente quella da cui arriva la Fedeltà. No, anche questa non riferendosi all'unicità dei rapporti.
E' più una F che profuma di "ti capisco, ci sono, mi fido, e no, non lo so se ci sarai solo tu, se questa storia monogama funzionerà per sempre, forse no, forse a singhiozzi, ma credo in noi, ed un giorno per volta ti scegli, perchè é giusto, e lo senti quel senso di giustizia. E ciecamente ci credi".
Ma quando, semi-certo, pensi sia tutto lì, compiuto, ti piovono in testa altre due lettere. Di quelle che non puoi scrollarti di dosso senza batter ciglio, e ci fai i conti, ogni giorno.
La I di Indipendenza, quella che se mi lasci andare tanto io torno, perché ti ho scelto, ed è tutto così semplice.
Ed infine la mia preferita, la D di Debolezza. Tanto ti amo - oh D - quanto ti temo. Una D che ti scopre, che se la percorri con le dita ti imbatti prima in quella rigidità eretta e poi pufffff: atterri sulla pancia, una pancia morbida che serve tanto quanto la sua schiena, in quei famosi due aspetti, dove uno non esiste senza l'altro, e non c'è mortificazione tra loro.
Poi rileggi, e rifletti: tu che da piccolo sei cresciuto con quell'idea semplice di Amore, quella che anche se ci metti la A maiuscola, non ti trovi, e quando chiedi cosa è questo amore poi, tutti ti dicono "L'amore è una cosa meravigliosa! Muove il mondo!" - voi dite, eh.
Ma almeno inizi a spiegartelo: l'idea che avevi, la sintesi del concetto non è aderente alla tua visione.
Per te dovrebbe chiamarsi AAMOORREFID. (Per convenzione, meglio metterci d'accordo subito, lo chiamerai Amore anche tu, la tua versione cazzo, è impronunciabile).
Però saprai che cercavi un gatto, ambendo ad una tigre. Questo va concesso.
Che poi come si dice, chi ben comincia è già a metà dell'opera, dicono così, no?
05 July, 2017
27 August, 2015
Molletta e Bottone - 6 Maggio 2011
Non pensarci proprio, bottone sono io, tu sei molletta. bottone torna a casa ieri vittorioso, perché, anche se, suo malgrado, si è staccato dalla giacca, capitombolando, finendo prima per terra e poi arrampicandosi faticosamente sul tavolo, completamente spaesato, un bottone senza una giacca, come un pesce fuor d'acqua, ma peggio, perché bottone, senza casa sopravvive, e si deve adattare, bé, bottone, si è lanciato, ed è corso, a piccoli passi, dentro ad una tasca, ma non una qualunque, una un po' grande, una accogliente, che dentro sembra ci sia - sempre che esista - un rivestimento di flanella ultra-leggerissima. Bottone, molletta l'aveva già vista, ma, un bottone ed una molletta insieme, nella stessa tasca, si incontrano, e si scrutano, e sì, si parlano, solo forse, si capiscono. Molletta squittisce, bottone borbotta.
È difficile, bottone, è uno da giubba, non uno di quei milioni di bottoncini con quattro buchi, non è uno che si spezza. Lui, ha un unico foro, o lo centri, o no, non c'è margine di errore, o ti ci trovi o non ti parla. Molletta è delicata, e gentile. E, ad un certo punto, arriva un qualcosa che sembra una richiesta di aiuto, che in questo caso non si può dire ma se fossero persone, metaforicamente, si sbottonerebbero, no, non per togliersi i pantaloni, insomma, arriva un momento, in cui, bottone si sbilancia, anzi, si lascia un po' andare, ma non per scelta, piuttosto per necessità, e molletta, acuta, e di nuovo, gentile, comprende, e succede, succede che si incastrano, in una forma nuova, perché è molletta, che abbraccia bottone, e bottone, che di solito contiene, che adesso riempie, e si lascia andare, e tutto si congela, ma non fa freddo, fa che questa strana costruzione è naturale, ed assurda, è incredibile; i baci delle nonne sulla fronte. ed è magia.
04 March, 2014
Giro e Vago
Una camera d'albergo, come tante altre. La neve fuori, ed una musica che ricorda tempi andati. Più nostalgica della media, come in un film di Julia Roberts, dove non avendone mai abbastanza, schiacci play e riparti, per stare bene o male, perché ti serve, o anche solo per inerzia.
Sempre quella paura di dimenticare, e ripercorrere giorni passati; chiederti se è stato giusto così. E' il primo anno questo, dove pronta al il giro di boa dei 30 anni, mi è capitato di ammettere che forse ci sono cose che non farei più così.
Anno 2009, Domani - Abruzzo. L'unica canzone che mi ha fatto risvegliare e trovare già lì, pronte a salutarmi al mattino, un grumo di lacrime. Tutti quegli artisti riuniti che suonavano, ed io non capivo perché stavo piangendo - non era ovviamente per la canzone. Era una mattina di luglio, svegliatami altrove, dove probabilmente non dovevo essere. Quel senso di inadeguatezza, l'ennesima relazione sbagliata, ed io che ci provavo e riprovavo con tutta me stessa. Quei raggi di sole, la stanza, l'odore di sigarette della sera prima. Al calore della prima lacrima sul viso ho capito: ci stavo credendo da sola. Ho preso tutte le mie cose, la mia vita sgretolata, e sono uscita senza far rumore. Oggi c'è meno autenticità. Non so se mi piaccio, mi provo ad adeguare. Non sfondo più muri senza protezione, come se non sentissi dolore. Ho più paura di perdere.
Anno 2013, Video Games - Lana Del Rey. Appena arrivata a Marrakesh, prima volta in Marocco. Avevo appena fatto il check in in un Ryad appartenente alla famiglia reale, e percorrevo per la prima volta il corridoio per arrivare alla nostra camera.
Dalla stanza dei nostri vicini risuonava la voce di Lana, a tutto volume: non si poteva ignorarla.
Finestre aperte le loro, con spesse tende bianche che null'altro lasciavano passare se non la sua voce. Sono impazzita per quella canzone dal primo istante; è stata come del nastro isolante, mi ha sigillato lì - potrei dipingere ogni dettaglio di quel momento.
Prima memoria impressa degli ultimi 4 giorni di vacanza che nell'ultimo anno sono passati in totale spensieratezza.
Aprile - Maggio 2011, sono passati già 3 anni. Le Tasche Piene di Sassi - Jovanotti. Ferma ad una stazione del tram numero 9, a Milano, dalle parti di viale Sabotino, all'una di notte, faceva freddino, ma solo per colorarti di rosso le guance. Aspettando un sms come una ragazzina, cercando l'ispirazione per scrivere di Giovanni e Virginia, che sono certa son ancora lì, ad attendermi da qualche parte, mentre io recupero il coraggio, e mi libero dal pregiudizio.
Maggio 2011 - Boston. Adele. Visito l'università di Harvard, e mi sembra di sognare. E' una delle fasi più creative della mia vita. Ho i sensi amplificati, ricettiva al massimo. Quando mi spavento un po', di questo fremo. Ricordo ancora gli scoiattoli, i miei scoiattoli al parco.
Solo alcuni giri di valzer, mentre io ancora Giro e Vago, un po' cercando me stessa, un po' perdendomi, ormai con estrema cautela. Seconda settimana consecutiva negli Stati Uniti, quarta settimana nel 2014, seconda tappa del mio viaggio.
Buona notte statua del Pinguino Giallo, ti vedo che mi fissi da quell'angolo.
Buona notte Cincinnati, città innevata.
Sempre quella paura di dimenticare, e ripercorrere giorni passati; chiederti se è stato giusto così. E' il primo anno questo, dove pronta al il giro di boa dei 30 anni, mi è capitato di ammettere che forse ci sono cose che non farei più così.
Anno 2009, Domani - Abruzzo. L'unica canzone che mi ha fatto risvegliare e trovare già lì, pronte a salutarmi al mattino, un grumo di lacrime. Tutti quegli artisti riuniti che suonavano, ed io non capivo perché stavo piangendo - non era ovviamente per la canzone. Era una mattina di luglio, svegliatami altrove, dove probabilmente non dovevo essere. Quel senso di inadeguatezza, l'ennesima relazione sbagliata, ed io che ci provavo e riprovavo con tutta me stessa. Quei raggi di sole, la stanza, l'odore di sigarette della sera prima. Al calore della prima lacrima sul viso ho capito: ci stavo credendo da sola. Ho preso tutte le mie cose, la mia vita sgretolata, e sono uscita senza far rumore. Oggi c'è meno autenticità. Non so se mi piaccio, mi provo ad adeguare. Non sfondo più muri senza protezione, come se non sentissi dolore. Ho più paura di perdere.
Anno 2013, Video Games - Lana Del Rey. Appena arrivata a Marrakesh, prima volta in Marocco. Avevo appena fatto il check in in un Ryad appartenente alla famiglia reale, e percorrevo per la prima volta il corridoio per arrivare alla nostra camera.
Dalla stanza dei nostri vicini risuonava la voce di Lana, a tutto volume: non si poteva ignorarla.
Finestre aperte le loro, con spesse tende bianche che null'altro lasciavano passare se non la sua voce. Sono impazzita per quella canzone dal primo istante; è stata come del nastro isolante, mi ha sigillato lì - potrei dipingere ogni dettaglio di quel momento.
Prima memoria impressa degli ultimi 4 giorni di vacanza che nell'ultimo anno sono passati in totale spensieratezza.
Aprile - Maggio 2011, sono passati già 3 anni. Le Tasche Piene di Sassi - Jovanotti. Ferma ad una stazione del tram numero 9, a Milano, dalle parti di viale Sabotino, all'una di notte, faceva freddino, ma solo per colorarti di rosso le guance. Aspettando un sms come una ragazzina, cercando l'ispirazione per scrivere di Giovanni e Virginia, che sono certa son ancora lì, ad attendermi da qualche parte, mentre io recupero il coraggio, e mi libero dal pregiudizio.
Maggio 2011 - Boston. Adele. Visito l'università di Harvard, e mi sembra di sognare. E' una delle fasi più creative della mia vita. Ho i sensi amplificati, ricettiva al massimo. Quando mi spavento un po', di questo fremo. Ricordo ancora gli scoiattoli, i miei scoiattoli al parco.
Solo alcuni giri di valzer, mentre io ancora Giro e Vago, un po' cercando me stessa, un po' perdendomi, ormai con estrema cautela. Seconda settimana consecutiva negli Stati Uniti, quarta settimana nel 2014, seconda tappa del mio viaggio.
Buona notte statua del Pinguino Giallo, ti vedo che mi fissi da quell'angolo.
Buona notte Cincinnati, città innevata.
04 November, 2013
New Home
Mi guardo intorno e mi chiedo dove cazzo sono. Mi muovo con cautela, come fossi nella casa di qualcun altro: quando tornerà scoverà ogni differenza, il centimetro diverso di ogni oggetto che è Mio.
Nè bene, nè male; so che non dormirò, almeno in queste prime settimane - vivendo nell'attesa.
Un ammasso di buste, dentro ogni cosa, ed ancora sacchi e borsine: impressione nel vedersi impacchettati così, in maniera approssimativa, da sè. Non mi importa l'ordine, solo il non lasciar nulla.
------
------
E ancor ti chiedi se è giusto, scombussolarsi e cambiare pelle, quando in inverno vuoi solo dormire. Qualcuno ti aveva detto: due anni, solo due anni, non ci starai di più. Ed aveva ragione, come su tutto il resto: l'insofferenza è arrivata, isteria provocata dal calpestarsi a vicenda, come anche da soli.
Le mura cambiano, si ricolorano, di odori diversi. Frenetica ricerca di pulito, come delle lenzuola fresche appena cambiate, come quando il letto, avvolto da un bozzolo, si ripara da tutto il fuori, circondato da quel profumo che ricorda l'infanzia, i bei sogni.
Milano, notte numero uno, casa numero tre.
30 April, 2013
African Disconnection.
Play.
http://www.youtube.com/watch?v=rH9ysilcDjA
Rientrando
ieri da due settimane alienanti oggi c'è ancora molta confusione, c'è
l'essere un po' spaesati. Continuo a riguardare le foto dei giorni
passati, cercando di capire cosa portare dietro, cosa raccontare, cosa
tenere per me.
Conserverò
di certo la quiete che mi ha trasmesso quel luogo, la possibilità di
rallentare tutto un po' di più, il non dover affogare in una frenesia
ingiustificata.
Terrò per me quel po' di sano distacco, ma solo finchè riuscirò a trattenerlo.
Ricorderò
la musica nelle orecchie, nei momenti in cui non potevo ascoltarla, e
tutte le volte in cui l'ho desiderata. Melodia che adesso rievoca i
sorrisi, le lacrime, gli odori e le puzze, lo scuro di pelli sporche di
terra, ambrate di sole: tutto quel sole e quella luce pazzesca.
Le
corde pizzicate di una kora, note delicate in un pranzo, ed il
guardarsi intorno, senza capire, mentre il cibo, gustato con sconosciuti
amici attira le scimmie. I sentieri, le termiti ed ancora, tutto quel
sole, ma intorno il letto di un fiume in piena, le mangrovie e la pace,
il silenzio, una conchiglia, un dono, un indovino che falso o vero legge
le mani, e la voglia di sedersi con lui, le linee che si susseguono sui
palmi, la curiosità ed i bisbigli, e tutti lì intorno.
I
piedi che volano e come bambini inseguono i granchi, che minuscoli,
corrono ai ripari, sull'argine di un fiume di sabbia grigia e tutti quei
buchi, le loro case. Unico movimento in un sabato pomeriggio vissuto così, guardandosi attorno, con la sola consapevolezza di essere in un posto speciale.
Porterò
dietro, il primo lato della medaglia, quello splendente, ripulito
durante un viaggio scomodo, di notte, quando non prendi sonno, ed
avresti solo bisogno di respirare, di fermarti un attimo appena scesa da
quell'aereo. Invece corri via, un passo dopo l'altro, vieni lanciato di
nuovo nella frenesia, ti senti a disagio, ed avresti solo bisogno di
qualcuno alla tua stessa velocità, che in quel momento non c'é.
Rimarrà indietro l'ovvio, la povertà ed il degrado, la sporcizia ed i più piccoli che corrono a piedi scalzi.
Su
ogni segno, impregnando lo spartito di emozioni, segreti, incomprensioni, difficoltà, abbassando le palpebre per incollare come lacca sui capelli ogni momento, prima che arrivi domani, quando ogni istante sarà più opaco.
Fotografando personalmente ciò che è stato, e quello
che avremmo desiderato, ripercorrendo un viaggio in un luogo pieno di
contraddizioni, di cui nulla è da dimenticare, sigillando ogni passo in questi soli sei minuti.
Piano piano, chiudi gli occhi.
31 January, 2013
gennaio in chiosa.
Dividiamoci in due: in quelli che lo sentono, quel livello di inquietudine, sempre lì, a permearti la vita, e quelli che non hanno udito per questo, o semplicemente, coloro a cui fortunatamente non importa.
Credetemi, non mento, io.
Quando lo riconosci, quello stato, non ti lascia più.
Cammini e cammini, vorresti stare fermo, solo che se ti immobilizzi non hai scampo: è un continuo correre via, e ti stanchi ed i tuoi sogni, e le tue speranze, hanno il rumore sordo di un bicchiere scoppiato su una vecchia moquette.
Puoi solo aspettare, piegarti e raccogliere i vetri, che continueranno a tagliare per giorni, per via di quei minuscoli ed invisibili pezzetti rimasti lì, ad aspettare un piede, verosimilmente il tuo.
Può risolversi tutto con del freddo sulle guance, quello che raggiunge una lieve soglia del dolore, tale da farti capire che ci sei: i piedi che camminano sono tuoi.
Mentre ti trascini, noncurante del colore dei semafori, la musica è nelle orecchie, un'intuizione.
Il percepire che qualcosa vada oltre la tua corteccia cerebrale, e ti svegli, come il suonare del gong.
Il gong non c'è. Solo macchine. Speriamo che mi ricordi, svegliatemi.
Neanche l'amore ti salva da Lei che non ti porta mai via, solo ti divora, sempre più in fondo, ed ogni respiro lo senti, non perchè sia pervaso di vita, bensì perché ogni volta che il tuo naso inspira ed espira, TU soffri.
Staresti immobile sul divano ad aspettare, sfigato vigile, e la osservi questa maledetta inquietudine. Stronza.
C'è bisogno solo di profondità, che raschia via tutto, controllando che oltre il primo strato ci sia la roccia, che le intemperie scalfiscono, e rendono di altra forma, raro fenomeno.
Squilla il telefono, ed è lui, e lo ami con tutta te stessa, come mai hai fatto in vita tua. Respirando come la gente fa nei momenti felici, quando l'amore è quello dei quindicenni e le circostanze non ti buttano giù. Non è così.
Sorridi guardando il telefono: quel respirare in mezzo alle tue gote all'insù fa male, e ancora, fa male. Sorridi, e soffri, lo ami, e sorridi.
Immobile ti fermi, e lo ringrazi quell'amore così grande.
L'unica cosa che ti dà il coraggio per sopportare il dolore, la stanchezza.
E provare a dormire, guardando un soffitto così bianco, e quando finirà il soffitto starai sognando, di umidi prati da attraversare, e di prove da superare con i piedi sporchi, provando a saltare cacche di capre, senza successo, e la mattina dopo, ancora sveglia, ricomincerà tutto, e poi un altro sogno, ed altra musica, poi ancora l'intuizione che dopo ci sia qualcosa di diverso, qualcosa di più facile.
23:54
L'ultimo giorno di Gennaio, 2013.
26 February, 2012
brindisi del ritorno a casa.
A questa notte di presenze e assenze, a quando tutti ci sono e tu,
un colmarsi di meraviglia s'impadronisce di te.
All'assenza di un amore in una serata di ricordi,
te, ormai il mio presente,
tu sempre lì,
che il mio cuore,
ogni volta,
un sussulto.
A voi presenti,
voi coloro delle quali ho sempre avuto un po' timore,
di quella paura di non sentirsi parte,
come essere arrivata tardi,
amiche,
mi fate sentire a casa lontana da casa,
donne che grintose,
ci siete.
A me,
che ho più paura dei conosciuti che degli sconosciuti,
che per tutti i qui citati potrei soffrire,
ed io mi affido,
e mi lascio andare,
almeno un po'.
A tutti i vostri genitori,
senza i quali,
quest'oggi,
un brindisi non sarebbe a VOI .
Cheers.
Milano, 26 Febbraio 2012 - 00:36
17 February, 2012
dreams.
Ci sono giorni in cui credi di non essere più in grado, di sederti e scrivere; una sola frase sarebbe sufficiente, o una battuta scherzosa, o perché no, copiare qualcosa dal blog di qualcun altro, o solo, semplicemente, avere pensieri da esprimere.
Tante volte seduto sul divano, pensi di iniziare, metterti lì e via, far uscire tutto: nulla, rimangono solo pensieri. Sogno di un sogno vivido e d'impellenza, di nuovo, non voglio dimenticare.
Il mio letto si trova su un soppalco in muratura, abbastanza alto da non essere soffocante, sufficientemente basso da non poterti alzare in piedi. Se ci si sdraia sul letto dalla parte della scala che porta lì su, si è nella parte "più aperta" del letto: dietro alla testa c'è un muro, ai piedi un bassissimo muretto che si affaccia sul resto del monolocale, sulla destra l'altra parte del letto e oltre essa una rientranza nel muro dove è istallato lo scaldabagno (e che io uso come ripostiglio per le valigie ed all'occorrenza come comodino).
Quest'ultima è la mia parte del letto, dove c'è la tivù, le cui chiacchiere mi aiutano a dormire quando sono sola, dove appoggio tutti i miei oggetti, quelli personali, ed a volte, anche del cibo. Sì, a me capita anche di mangiare a letto, e poi ancora sì, c'è un casino sulle lenzuola, briciole ovunque, ma a me piace.
Mi sdraio, chiudo gli occhi, ed entro nel mio sogno; non mi muovo però, rimango a casa, nel mio letto, sdraiata al mio posto.
È così che, nella notte tra il 14 ed il 15 febbraio, riapro gli occhi, mi giro e la vedo, scrosciante dell'acqua dal muro: non cade a goccioline e nemmeno piove incessantemente.
Scende dal soffitto, come se uscisse da un buco circolare, un cilindro di acqua che rumorosa cade giù, buca il soppalco di cemento ed io nella mia testa so che arriva in bagno, che è proprio lì sotto. Non mi tocca, neanche uno schizzo, e non perché il getto non sia forte, semplicemente non mi sfiora. Continuo a guardare sdraiata nel letto, prendo atto della situazione, ma non mi alzo; poco dopo mi siedo, non scendo, e mi affaccio dal muretto basso ai miei piedi: da lì vedo il resto di casa.
Sporta dall'alto mi rendo conto che il soppalco è molto più alto di quanto ricordassi ma soprattutto realizzo che in casa c'è la mia mamma, anch'ella affacciata, dalla finestra del piano di sotto, lei che nella realtà vive in un'altra città, che mi guarda e con una totale nonchalance mi dice: "Mi zuccheri il thè?"
Ma quale thè, ma non la senti, quest'acqua quanto fa rumore??? È forte.
In ufficio.
Al mio posto, stessi colleghi, forse l'ufficio mi sembra un po' più vuoto. Ci sono due regali, uno sopra la scrivania, l'altro sotto di essa; ci sono anche due gatti, i due gatti della mia vita, uno nella realtà morto, è stato il mio gatto per tanti anni, l'altro è mio "attuale" gatto, Romeo. Sebastian sulla destra, Romeo sulla sinistra, sono fermi, ma vivi, ne sono certa.
Mi sorprendo di quanto sono quieti.
Ai miei piedi c'è una gabbia, nera opaca con la griglia per guardarci dentro, tipica delle gabbie per animali. Tiro fuori il cucciolo rinchiuso lì dentro, un cane nero e piccolo, che si rivela subito feroce, lo so perché sta ringhiando. Mi accorgo che non c'è solo un cane, sono tre in tutto, identici tra loro; gli altri due, io, non li tiro fuori - richiudo nella gabbia anche il primo cane che avevo tirato fuori e chiedo che vengano portati via, io, non li voglio.
Mi concentro sul secondo regalo, una pochette da bagno, di quelle in tela colorata, il cui coperchio è chiuso da una cerniera che ne fa aprire la parte superiore verso l'alto. Noto che il contenuto al suo interno si muove ed io non voglio metterci le mani dentro, non mi piace.
Chiedo ad un mio collega di aprire il contenitore, e lui li tira fuori: due piccoli dinosauri, verdi e con la coda, di quelli che se li vedessi penserei essere erbivori. Ed invece, NO! o forse si, fatto sta che uno, anche se uguale all'altro ha in più un guscio da tartaruga addosso, più o meno come quelli delle tartarughe ninja.
Questi due animali, iniziano ad azzannare qualunque oggetto sulle scrivanie nell'ufficio dove lavoro, non le persone, solo oggetti, come penne, telefoni, bottigliette d'acqua. Ne guardo solo uno ma so che anche l'altro sta facendo lo stesso.
Il mio sogno finisce, e nello stesso giorno del mio risveglio, scopro che la mia guida è Nettuno-Poseidone, ma questa, è tutta un'altra storia.
Tante volte seduto sul divano, pensi di iniziare, metterti lì e via, far uscire tutto: nulla, rimangono solo pensieri. Sogno di un sogno vivido e d'impellenza, di nuovo, non voglio dimenticare.
Il mio letto si trova su un soppalco in muratura, abbastanza alto da non essere soffocante, sufficientemente basso da non poterti alzare in piedi. Se ci si sdraia sul letto dalla parte della scala che porta lì su, si è nella parte "più aperta" del letto: dietro alla testa c'è un muro, ai piedi un bassissimo muretto che si affaccia sul resto del monolocale, sulla destra l'altra parte del letto e oltre essa una rientranza nel muro dove è istallato lo scaldabagno (e che io uso come ripostiglio per le valigie ed all'occorrenza come comodino).
Quest'ultima è la mia parte del letto, dove c'è la tivù, le cui chiacchiere mi aiutano a dormire quando sono sola, dove appoggio tutti i miei oggetti, quelli personali, ed a volte, anche del cibo. Sì, a me capita anche di mangiare a letto, e poi ancora sì, c'è un casino sulle lenzuola, briciole ovunque, ma a me piace.
Mi sdraio, chiudo gli occhi, ed entro nel mio sogno; non mi muovo però, rimango a casa, nel mio letto, sdraiata al mio posto.
È così che, nella notte tra il 14 ed il 15 febbraio, riapro gli occhi, mi giro e la vedo, scrosciante dell'acqua dal muro: non cade a goccioline e nemmeno piove incessantemente.
Scende dal soffitto, come se uscisse da un buco circolare, un cilindro di acqua che rumorosa cade giù, buca il soppalco di cemento ed io nella mia testa so che arriva in bagno, che è proprio lì sotto. Non mi tocca, neanche uno schizzo, e non perché il getto non sia forte, semplicemente non mi sfiora. Continuo a guardare sdraiata nel letto, prendo atto della situazione, ma non mi alzo; poco dopo mi siedo, non scendo, e mi affaccio dal muretto basso ai miei piedi: da lì vedo il resto di casa.
Sporta dall'alto mi rendo conto che il soppalco è molto più alto di quanto ricordassi ma soprattutto realizzo che in casa c'è la mia mamma, anch'ella affacciata, dalla finestra del piano di sotto, lei che nella realtà vive in un'altra città, che mi guarda e con una totale nonchalance mi dice: "Mi zuccheri il thè?"
Ma quale thè, ma non la senti, quest'acqua quanto fa rumore??? È forte.
In ufficio.
Al mio posto, stessi colleghi, forse l'ufficio mi sembra un po' più vuoto. Ci sono due regali, uno sopra la scrivania, l'altro sotto di essa; ci sono anche due gatti, i due gatti della mia vita, uno nella realtà morto, è stato il mio gatto per tanti anni, l'altro è mio "attuale" gatto, Romeo. Sebastian sulla destra, Romeo sulla sinistra, sono fermi, ma vivi, ne sono certa.
Mi sorprendo di quanto sono quieti.
Ai miei piedi c'è una gabbia, nera opaca con la griglia per guardarci dentro, tipica delle gabbie per animali. Tiro fuori il cucciolo rinchiuso lì dentro, un cane nero e piccolo, che si rivela subito feroce, lo so perché sta ringhiando. Mi accorgo che non c'è solo un cane, sono tre in tutto, identici tra loro; gli altri due, io, non li tiro fuori - richiudo nella gabbia anche il primo cane che avevo tirato fuori e chiedo che vengano portati via, io, non li voglio.
Mi concentro sul secondo regalo, una pochette da bagno, di quelle in tela colorata, il cui coperchio è chiuso da una cerniera che ne fa aprire la parte superiore verso l'alto. Noto che il contenuto al suo interno si muove ed io non voglio metterci le mani dentro, non mi piace.
Chiedo ad un mio collega di aprire il contenitore, e lui li tira fuori: due piccoli dinosauri, verdi e con la coda, di quelli che se li vedessi penserei essere erbivori. Ed invece, NO! o forse si, fatto sta che uno, anche se uguale all'altro ha in più un guscio da tartaruga addosso, più o meno come quelli delle tartarughe ninja.
Questi due animali, iniziano ad azzannare qualunque oggetto sulle scrivanie nell'ufficio dove lavoro, non le persone, solo oggetti, come penne, telefoni, bottigliette d'acqua. Ne guardo solo uno ma so che anche l'altro sta facendo lo stesso.
Il mio sogno finisce, e nello stesso giorno del mio risveglio, scopro che la mia guida è Nettuno-Poseidone, ma questa, è tutta un'altra storia.
30 November, 2011
uno stargate in viaggio.
ti chiedono di scrivere un saggio sul regalo: fermati un attimo, rifletti. La prima cosa che ti verrà in mente sarà lei, Nicoletta, l'amica della tua amica, quella che mesi fa ti aveva chiesto di regalarle qualcosa. Il suo cadeau, sarebbe dovuto essere matrimoniale, una conferma d'amore - che è poi il primo presupposto di ogni regalo, e tu lì, chiamato a raccontarlo - una di quelle classiche richieste che potresti non evadere mai.
Ci concediamo loro, che, ambivalenti, ci aiutano a rendere terrene emozioni travestite con fiocchi, nastri che mettono alla prova.
Li incartiamo a volte in involucri impropri, in sorprese mal riuscite, il piombare a casa di qualcuno e desiderare di non averlo mai fatto.
Richiediamo attenzione e manovriamo, regoliamo il fuoco.
I regali fermano il tempo, sono come gli stargate, quando ne hai uno, sia tu il regalante o il regalato, tutto si ferma: un piede nel cerchio, varchi la soglia, tutto è immobile, e lui e lì, riluce ed aspetta solo te: scartami, URLA lui.
Tutto il frastuono di fuori scompare, c'è il dono.
Il rischio di aprire e non gradire, inizia un viaggio da cui difficilmente si può deviare. Toccarlo, sbirciare, curiosare ancora, ma solo un poco, far finta di sorridere - perchè si, lo fanno tutti - celare indifferenza, costretto lo stupore. PRONTI, PARTENZA, VIA. Tu ed il tuo fottutissimo pacchettino, che fin quando non è aperto rimane solo un trabocchetto, come le oasi, un'illusione.
chiavi in mano, vele issate, serbatoi pieni. tu e lui, soli, un tête à tête, meglio del peggior appuntamento al buio: buon viaggio.
04 October, 2011
cheesecake's slices.
giornata particolare, quest'oggi, come tutto questo periodo, del resto.
a volte voglia di piangere, solo perché non vuoi che il tuo corpo trattenga, vuoi che fluisca, che tutto dall'esterno, entri, e riesca, e poi entri di nuovo, proprio come quando fai l'amore con qualcuno.
nella giornata che ti fa sentire diverso, come tante in passato, ma ognuna per sé. Per via dell'unione oggi non ci cammini, ti senti già unito, quando per la prima volta eviti una discussione e l'unico modo che hai per farlo è stringer più forte, e fidarti, e aspettare, e nell'attesa, vivere tutto.
lasciarti andare ad una serie di voglie che solo quelli come noi lo sanno, che a volte passano di qui, per respirare di sensazioni, questi che si fissano con lo sguardo ed usano il naso e la bocca, ma mai, e dico mai, in quei momenti, sbattono le palpebre, coloro dall'esteriorità immobile.
come le lavatrici, le nuove e silenziose, centrifugano e tu non sai, a men che tu non ponga tanta, ma così tanta attenzione, guardando da quella parte nel momento e nell'oblò giusto. impari, quando arriva il momento, durante il quale tutto cambia: il tuo occhio si vela, la palpebra scende finalmente, libera, per un solo secondo, da costrizioni visive.
sfiora piano una guancia la lacrima che calda, prosegue sul collo, e ti riapri, e come Medusa non sei più immortale, non per questo meno divinità: alcuni ti considereranno un uomo bellissimo, ed altri un uomo orrendo.
Nei miei occhi, pietrificato solo il respiro, quando sfiorati, noi due.
sei a dieta ma te la meriti, una bella fetta di cheesecake.
a volte voglia di piangere, solo perché non vuoi che il tuo corpo trattenga, vuoi che fluisca, che tutto dall'esterno, entri, e riesca, e poi entri di nuovo, proprio come quando fai l'amore con qualcuno.
nella giornata che ti fa sentire diverso, come tante in passato, ma ognuna per sé. Per via dell'unione oggi non ci cammini, ti senti già unito, quando per la prima volta eviti una discussione e l'unico modo che hai per farlo è stringer più forte, e fidarti, e aspettare, e nell'attesa, vivere tutto.
lasciarti andare ad una serie di voglie che solo quelli come noi lo sanno, che a volte passano di qui, per respirare di sensazioni, questi che si fissano con lo sguardo ed usano il naso e la bocca, ma mai, e dico mai, in quei momenti, sbattono le palpebre, coloro dall'esteriorità immobile.
come le lavatrici, le nuove e silenziose, centrifugano e tu non sai, a men che tu non ponga tanta, ma così tanta attenzione, guardando da quella parte nel momento e nell'oblò giusto. impari, quando arriva il momento, durante il quale tutto cambia: il tuo occhio si vela, la palpebra scende finalmente, libera, per un solo secondo, da costrizioni visive.
sfiora piano una guancia la lacrima che calda, prosegue sul collo, e ti riapri, e come Medusa non sei più immortale, non per questo meno divinità: alcuni ti considereranno un uomo bellissimo, ed altri un uomo orrendo.
Nei miei occhi, pietrificato solo il respiro, quando sfiorati, noi due.
sei a dieta ma te la meriti, una bella fetta di cheesecake.
26 August, 2011
watson, abbiamo un problema.
Una cena ieri sera, tre ragazze, un'insalata, che tanto bella e tanto buona, con il pesce sminuzzato, la raccontano proprio qui, in una ricetta perfetta.
la giornata passata a voler essere cinesi, che come dice la Pazzy puoi sentirti Sherry, Brandy o Whisky, l'importante è confonderli, con occhi a mandorla, macchina fotografica, clic-clic-clic-clic, file e code infinite, omini ordinati, borse griffate, e ancora, snervanti, tutti quei cheese.
confidenze, o solo preambolo, a sprazzi, sincerità.
un incontro, ieri tardi, con quei ragazzi, quelli che scrivono, o questi a cui piace dire di farlo; certi non lo dicono, ma poi lo fanno, - che, facciamoci un complimento, non siamo diversi, siamo eterogenei. ognuno completamente per i fatti propri, ma sai, "quando si sta bene, il tempo vola", così, continuiamo a riunirci: un po' non abbiamo troppo da fare, ma ci piace sentirci impegnati, forse, a volte, ci siamo anche simpatici, altre ci guardiamo, e si tace, perché, non è che si abbia troppo da condividere, poche cose, come le risate, quelle grasse, quando si scambiano gli zerbini, tappetini dei vicini, a forma di cane, e ad un certo punto, mentre ti lavi i denti, lo vedi quel cane zerbino, ti fissa, e tu: ridi!
la piazza ieri notte, dove parlo con uno di QuestiQui, con un nome che bah, se lo leggi, è sicuro, lo leggi male - e allora gli dico "RagazzoConUnNomeAssurdo scriviamo?" e lui, un po' basso, mi dice, "scrivi, scrivi, scrivi. i cazzi tuoi, quello che ti capita, quello che succede ad altri che conosci, poi ci aggiungi un prima, un dopo, ed ecco qui, hai cinque pagine."
Quindi, ecco, proviamoci, vediamo quante righe escono fuori scrivendo 'sta cazzata.
5 righe - lui, diceva cinque pagine, evvabbè.
un ieri notte più tardi in un parco, quello dei Cervi, a Milano (credo - cioè, credo il nome del parco, su Milano son certa.) - nacchere, bonghi, chitarra e fisarmonica, candele, tabacco, profumo di erba bagnata, un'escoriazione sulla chiappa destra - arrivarci, non è affatto semplice.
un bel post inutile, che dunque, elegantemente, chiuderei così: tanto va la gatta al lardo, che (...). Al lardo, al largo, al lago? 'ndò va?
i detti (e le citazioni), tutti sbagliati.
watson, abbiamo un problema.
24 August, 2011
via dell'unione, milano. | secondo tempo.
aperti gli occhi, scese le scale, preso il telefono, letto un messaggio, inviato ore 04:27.
spunta un sorriso, assonnato. non smetterà presto di piacermi il momento in cui giorno e notte si incontrano, mai nella banalità di un alba o un tramonto, quando si dorme, ed il messaggio pre-sonno di qualcuno è il risveglio di un altro. otto e quaranta, come sempre, tardi. corri corri corri, al volo fuori casa, vestita, quasi in pigiama, ma allegra al punto che questa milano quasi sembra fresca, senza saperne di quei trentatré gradi alle nove del mattino.
seguo un consiglio, stamani di nuovo si cammina, punto tutto sulla mia via, dell'unione.
a passo svelto, dentro ad un paio di ballerine nere - che il verbo appropriato è "zampetto" - rispondo al mio messaggio, lo scrivo, un po' cancello, correggo, torno indietro, mi convinco, ci penso un attimo, clic, lo invio.
alzo lo sguardo, sono fuori, via dell'unione è finita, mi sento un po' derubata, un po' cedevole, questa strada è MIA, ma se vuoi, per un po', la presto anche a te, forse solo per il tempo di un sms.
05 August, 2011
summer - day 2.
La Maddalena, isola.
una casa che ha segnato un'infanzia, che dei pochi ricordi che hai, quelli belli e anche quelli brutti, sono qui.
cinque ragazze, per il momento, qui. persone scomposte, che sembrano provare ad adattarsi a vivere insieme quasi senza conoscersi, perché a volte, gli sconosciuti sono terapeutici.
in una casa con dei pavimenti verdi, con la musica che costantemente suona, questa sera battisti, perché non è che dobbiamo sempre essere al cento per cento, ed a volte ti va solo di cantare, di dedicare quei maledetti versi.
LALLI, è bionda, è identica alla mia amica violante, quella che è diventata mamma pochi giorni fa e ancora non ci posso credere. lalli è il dipinto della dolcezza, un po' sofferta, ma quando ride, da sotto quel cappello bianco ed i ricci biondi, è proprio bella.
FRANCESCA è mia sorella. porta sempre, quando è al mare, i capelli, lunghissimi, raccolti sulla testa: ha quel "tuppo" invidiabile, che quasi la slancia. non può passare inosservata, perché se la guardi bene, un po' brilla, ma di nascosto.
GIULIA, l'amica di sempre, l'amica di famiglia, è una sorella in più, la figlia della migliore amica della mia mamma, sa tutto di me, giulia è assenza di disagio.
- ed ora stanno brindando, vino bianco e crema spalmabile al formaggio, vociano e parlano di cibo, cibo e ancora cibo.
GIUSI, la quarta del gruppo, amica di giulia. la conosco da anni, senza averla mai frequentata. giusi è stata una recente scoperta, lei e le sue confidenze: confessioni di attimi che a lei sembravano di debolezza e che invece a me continuavano ad impressionare, chiare le sue idee come cristalline sono le acque che circondano quest'isola.
- e giulia adesso litiga con un pesto che non si scioglie, lalli canta e canta battisti - si stanno sedendo a tavola, ed io le guardo da questo divano, e mi chiedono quanta pasta voglio, ed io dico sì, ma non ho visto, rispondo a caso.
ed io, poi ci sono, un po' irrequieta oggi, un po' felice, un po' abbronzata: di me però, parliamo un'altra volta, si deve andare a mangiare, non abbiamo fretta.
una casa che ha segnato un'infanzia, che dei pochi ricordi che hai, quelli belli e anche quelli brutti, sono qui.
cinque ragazze, per il momento, qui. persone scomposte, che sembrano provare ad adattarsi a vivere insieme quasi senza conoscersi, perché a volte, gli sconosciuti sono terapeutici.
in una casa con dei pavimenti verdi, con la musica che costantemente suona, questa sera battisti, perché non è che dobbiamo sempre essere al cento per cento, ed a volte ti va solo di cantare, di dedicare quei maledetti versi.
LALLI, è bionda, è identica alla mia amica violante, quella che è diventata mamma pochi giorni fa e ancora non ci posso credere. lalli è il dipinto della dolcezza, un po' sofferta, ma quando ride, da sotto quel cappello bianco ed i ricci biondi, è proprio bella.
FRANCESCA è mia sorella. porta sempre, quando è al mare, i capelli, lunghissimi, raccolti sulla testa: ha quel "tuppo" invidiabile, che quasi la slancia. non può passare inosservata, perché se la guardi bene, un po' brilla, ma di nascosto.
GIULIA, l'amica di sempre, l'amica di famiglia, è una sorella in più, la figlia della migliore amica della mia mamma, sa tutto di me, giulia è assenza di disagio.
- ed ora stanno brindando, vino bianco e crema spalmabile al formaggio, vociano e parlano di cibo, cibo e ancora cibo.
GIUSI, la quarta del gruppo, amica di giulia. la conosco da anni, senza averla mai frequentata. giusi è stata una recente scoperta, lei e le sue confidenze: confessioni di attimi che a lei sembravano di debolezza e che invece a me continuavano ad impressionare, chiare le sue idee come cristalline sono le acque che circondano quest'isola.
- e giulia adesso litiga con un pesto che non si scioglie, lalli canta e canta battisti - si stanno sedendo a tavola, ed io le guardo da questo divano, e mi chiedono quanta pasta voglio, ed io dico sì, ma non ho visto, rispondo a caso.
ed io, poi ci sono, un po' irrequieta oggi, un po' felice, un po' abbronzata: di me però, parliamo un'altra volta, si deve andare a mangiare, non abbiamo fretta.
29 July, 2011
viva viva, i pan di stelle!
un bel sorriso, bisogna ammetterlo, è sempre un bel sorriso.
chi ride scoprendo i denti, è certo, vive la felicità più intensamente: anche solo per un sorrisetto, il canino deve almeno fare capolino.
questo cavolo di vizio di scrivere quando nella testa si accende qualcosa, quando l'incoscienza la fa da padrona, diventa sempre più preoccupante - attiri "macelli" come il miele le api, li cerchi, ne hai bisogno.
ti conosci, lo sai, e ti ripeti: "stai buono, stai buono!".
non essere come quei biscotti lì, con tutte le loro stelle sfacciate, e luminescenti, sfoggiate.
il vizio, la dipendenza e l'effetto placebo, tutto insieme: un bel sorriso, bisogna ammetterlo, è sempre un bel sorriso.
ti sovraccarica, l'acume, ti è letale.
chi ride scoprendo i denti, è certo, vive la felicità più intensamente: anche solo per un sorrisetto, il canino deve almeno fare capolino.
questo cavolo di vizio di scrivere quando nella testa si accende qualcosa, quando l'incoscienza la fa da padrona, diventa sempre più preoccupante - attiri "macelli" come il miele le api, li cerchi, ne hai bisogno.
ti conosci, lo sai, e ti ripeti: "stai buono, stai buono!".
non essere come quei biscotti lì, con tutte le loro stelle sfacciate, e luminescenti, sfoggiate.
il vizio, la dipendenza e l'effetto placebo, tutto insieme: un bel sorriso, bisogna ammetterlo, è sempre un bel sorriso.
ti sovraccarica, l'acume, ti è letale.
28 July, 2011
via dell'unione, milano.
nuovo post. dopo quasi un mese di silenzio, non c'era nulla da dire.
oggi è tornata un po' di voglia di scrivere, di raccontare che la mattina, quando quel tram numero 16 si ferma in piazza missori, e tutti attraversano - milano come new york? - senza guardarsi negli occhi, indaffarati, come se stessero andando a salvare il mondo, tu li superi, solo per il gusto di dare un po' fastidio.
ti prepari, andando oltre quell'edicola che spesso ti fa cadere in tentazione, ed entri nella vietta, che sembra ti si apra davanti man mano che la percorri, ed inizia ad esistere non appena superi la libreria esoterica.
in quei pochi minuti, forse due, fin quando non sbuchi di nuovo nel micro-caos di via torino, canticchi, con le cuffie nelle orecchie, quasi saltellando, saluti sconosciuti e sorridi. un brevissimo tratto di strada che è stato una delle prime affezioni a questa città, uno di quei tragitti che è appartenenza.
scendi giù dal tram due fermate prima, perché quel pezzetto percorso a piedi ti garantisce qualità, ogni mattina, fin quando non cambi contesto.
e poi, se ti comporti bene, ti porto anche a fare colazione, ad ordinare quel caffélatte che qui è diventato un latte macchiato, ma è tanto buono lo stesso.
29 June, 2011
no smoking feet.
Scocca la settimana, quella passata senza fumare, costellata di nervosismo e a volte di scazzi epici - perché devi pur prendertela con qualcuno - che meglio di cenerentola a mezzanotte, qualcosa si trasforma.
I sette giorni dell'attesa, durante i quali riduci al minimo i tuoi sforzi.
Arrivi in ufficio la mattina, la stanza è vuota, la tua postazione è in perfetto ordine.
Schiacci il bottone per avviare l'accensione del computer, posi la borsa sulla scrivania, lanci il badge - ecco perché poi, puntualmente, lo perdi - ti togli le cuffie, spegni l'ipod, se la tua sedia non fosse così bassa, staresti per sederti. La fissi un po', tiri su quella levetta che ad aria fa PFFFFFFFFFFFFFFFF e tutta ringalluzzita la vedi, che sale, fino al massimo l'altezza della seduta e poi, finalmente, è mattina e già crolli.
Appoggi prima il tuo sedere spinto bene indietro, non "in pizzo", cede il tuo dorso sullo schienale, quasi a spanciarti un po', il collo deve far resistenza per non lasciarti penzolare all'indietro la testa, e le braccia abbandonate, anch'esse cadono, giù.
Questa è la seconda parte più bella della tua giornata, i tuoi piedi non toccano terra, tu come fossi su un'altalena li muovi, li alterni, e si sente l'aria, li attraversa, e sei fresco, e lo sono anche i tuoi calzini. Ti guardi un po' intorno, e per i primi 5 minuti, non fai assolutamente nulla, dondoli un poco i piedi, o forse solo lo immagini.
Spesa la giornata, comunque sia andata, ma solo se c'è ancora luce (immagina il sole estivo delle otto di sera, insomma), ogni volta, quando scorgi la targa della via dove abiti, inizi a fantasticare. Ci sarà qualcuno che ha deciso di piombarti sotto casa, per la famosa chiacchiera chiarificatrice. Se sì, chi?
Percorsa metà della via, noti presenze umane, ma tu, non ci vedi bene, continui a scorrere tutti quei volti che potrebbero essere lì per aspettare proprio te, facce che pian piano disegnano confini, le bocche, gli occhi, le voci, visi che potrebbero essere il tuo, lì a comunicarti qualcosa di importante.
Così un po' acceleri il passo, ma non corri, perché già sai, che sulla sedia, con i piedi nei sogni, ti sentivi meglio.
I sette giorni dell'attesa, durante i quali riduci al minimo i tuoi sforzi.
Arrivi in ufficio la mattina, la stanza è vuota, la tua postazione è in perfetto ordine.
Schiacci il bottone per avviare l'accensione del computer, posi la borsa sulla scrivania, lanci il badge - ecco perché poi, puntualmente, lo perdi - ti togli le cuffie, spegni l'ipod, se la tua sedia non fosse così bassa, staresti per sederti. La fissi un po', tiri su quella levetta che ad aria fa PFFFFFFFFFFFFFFFF e tutta ringalluzzita la vedi, che sale, fino al massimo l'altezza della seduta e poi, finalmente, è mattina e già crolli.
Appoggi prima il tuo sedere spinto bene indietro, non "in pizzo", cede il tuo dorso sullo schienale, quasi a spanciarti un po', il collo deve far resistenza per non lasciarti penzolare all'indietro la testa, e le braccia abbandonate, anch'esse cadono, giù.
Questa è la seconda parte più bella della tua giornata, i tuoi piedi non toccano terra, tu come fossi su un'altalena li muovi, li alterni, e si sente l'aria, li attraversa, e sei fresco, e lo sono anche i tuoi calzini. Ti guardi un po' intorno, e per i primi 5 minuti, non fai assolutamente nulla, dondoli un poco i piedi, o forse solo lo immagini.
Spesa la giornata, comunque sia andata, ma solo se c'è ancora luce (immagina il sole estivo delle otto di sera, insomma), ogni volta, quando scorgi la targa della via dove abiti, inizi a fantasticare. Ci sarà qualcuno che ha deciso di piombarti sotto casa, per la famosa chiacchiera chiarificatrice. Se sì, chi?
Percorsa metà della via, noti presenze umane, ma tu, non ci vedi bene, continui a scorrere tutti quei volti che potrebbero essere lì per aspettare proprio te, facce che pian piano disegnano confini, le bocche, gli occhi, le voci, visi che potrebbero essere il tuo, lì a comunicarti qualcosa di importante.
Così un po' acceleri il passo, ma non corri, perché già sai, che sulla sedia, con i piedi nei sogni, ti sentivi meglio.
14 June, 2011
ninna nanna.
c'era una volta, una bambina, buona,
boccolosa, ed anche, un po' paffutella.
molto timida, ma, sempre sorridente,
prestissimo, lei, aveva imparato a parlare.
sognava di voli, sollevata in quell'aria,
scendeva le scale, ampie di corrimano.
portava la pizza, lei, giù per le scale,
e inciampando scendendo, incredibilmente volava.
le scarpe e calzini, e pizzi e quadretti,
e guance ridenti volando più su.
era di fate, era beata,
era sorrisi, di giorno ogni dì.
bambina era gaia, si sentiva buona,
sempre di tutto, il colore più rosa.
posava per foto, di album a natale,
le mani appoggiate, sulla panchina.
cotone di neve, le sembrava per sempre,
ogni giorno era luci, era uovo sul pane.
con le nonne l'estate, l'acquisto dei fiocchi,
di nastri adornata, attendeva i momenti.
la minuta sorella, era un giorno arrivata,
piccola e nera, dai lunghi capelli.
frignava, piangeva, quasi mai sorridente,
ma lei, dal cuor grande, le stringeva già a sé.
trascorrevano i giorni, veloci o tranquilli,
cresceva tra nonne, la mamma, il papà.
la bimba era lei, che fino ad otto anni,
era solo angelo, bruchi e farfalle.
dormiva di un bene che lei augura a voi,
amati oggi, e ieri, e ancora di più.
per tanti bambini, lei, spera di leggere,
strofe sfiorate da una polvere blu.
stringendo più forte, orsetti e peluches.
boccolosa, ed anche, un po' paffutella.
molto timida, ma, sempre sorridente,
prestissimo, lei, aveva imparato a parlare.
sognava di voli, sollevata in quell'aria,
scendeva le scale, ampie di corrimano.
portava la pizza, lei, giù per le scale,
e inciampando scendendo, incredibilmente volava.
le scarpe e calzini, e pizzi e quadretti,
e guance ridenti volando più su.
era di fate, era beata,
era sorrisi, di giorno ogni dì.
bambina era gaia, si sentiva buona,
sempre di tutto, il colore più rosa.
posava per foto, di album a natale,
le mani appoggiate, sulla panchina.
cotone di neve, le sembrava per sempre,
ogni giorno era luci, era uovo sul pane.
con le nonne l'estate, l'acquisto dei fiocchi,
di nastri adornata, attendeva i momenti.
la minuta sorella, era un giorno arrivata,
piccola e nera, dai lunghi capelli.
frignava, piangeva, quasi mai sorridente,
ma lei, dal cuor grande, le stringeva già a sé.
trascorrevano i giorni, veloci o tranquilli,
cresceva tra nonne, la mamma, il papà.
la bimba era lei, che fino ad otto anni,
era solo angelo, bruchi e farfalle.
dormiva di un bene che lei augura a voi,
amati oggi, e ieri, e ancora di più.
per tanti bambini, lei, spera di leggere,
strofe sfiorate da una polvere blu.
accese lucine, di cieli stellati,
di una ninna nanna, di bambagia quaggiù.
di notti e di incubi scacciate i pensieri, stringendo più forte, orsetti e peluches.
09 June, 2011
minesweeper - prologue.
Ieri, alle prime luci del giorno, semi-aprendo gli occhi, ho realizzato che era tutto, solo, sogno.
Ero in ufficio, forse il mio, non so, solo una cosa ricordo come familiare, la tastiera del mio computer.
Ho una tastiera aggiuntiva in ufficio; è una di quelle che tu colleghi come periferica esterna: è più grande, più nera, più veloce, ha più spazio tra un tasto e l'altro - le tue dita, non si inceppano - non ti capita mai di schiacciarne uno per un altro, come adesso, sai sempre, lì, cosa stai premendo, non torni indietro.
La prima immagine che ricordo, è un uccellino, di quelli piccoli piccoli, senza piume, solo pelle, rosa e troppa, che quelle pieghe li caratterizzano; trovo questo essere e altro non fa che pigolare, incessantemente. Una, due, tre volte, finché non arriva un uccello più grande, che inizia, ogni tanto, tra un lamento e l'altro, a sfamarlo. L'uccello, piccolo, sbucava con la testa dalla mia tastiera, nel vuoto lasciato tra due tasti, sulla parte sinistra, dove trovi la lettera effe, era lui, inserito in quella fessura, con la sola testa protesa verso l'esterno, a pretendere cibo.
Secondo ricordo, credevo fosse una balena; questa mattina bevevo un succo di pesca, scendendo dalle scale, ed ho capito: non era una balena, bensì un capodoglio. Lo trovavo in un sacchetto, di quelli trasparenti, come le buste dei pesci quando li vinci alle giostre: osservi attraverso la plastica come si muovono, lui, però, era fermo, ma non morto, solo, non stava nuotando. Nella testa, in quell'istante, solo una domanda: quando cresce, lo tengo nella vasca da bagno? Nella mia realtà, non c'è, la vasca.
Il capodoglio inizia a crescere, finché si arriva al punto che, in quel sacchetto, così sacrificato, proprio no, non può rimanere – nel mio sogno, decido quindi, di farlo scomparire, immaginando, ma non vedendo, l'animale in acque aperte.
Scompare la quasi balena, ricompaiono i volatili. Secondo pulcino all'orizzonte, che guardando la tastiera, un po' decentrati, il primo più sulla sinistra, il novellino invece a destra, sembrano a casa, e urlano di voci stridule, ed incessanti.
Senza sapere bene come, il primo, sempre tra i tasti, lo vedo che inizia a beccare la carcassa di un pollo morto che, magicamente, era comparsa tra i due. Brutale, con la fame, quella vera. E' come guardare un bambino, cannibalizzare un adulto, contro natura, macabro.
Mi giro, mi allontano, contenta di aver scoperto che, dopo tutto, sopravviveranno.
Dopo poco, di nuovo avvicinatami alla tastiera, succede: esalano l'ultimo respiro, con la testa piegata da un lato, entrambi, socchiudono gli occhi, con sofferenza, e spirano.
Apro gli occhi di corsa, è finita, sono le sei del mattino. Ricordo di nuovo perché, per quale motivo il sonno è turbato. Godo, di quell'ora però che ancora mi rimane pre-ufficio, e, finalmente, dormo.
Sveglia alle otto e mezza, con calma, con il sogno stampato in testa, mi calo, bevendo di nuovo il succhetto da merenda all'asilo, giù per le scale, in silenzio, tutti curiosi di sapere di ieri: oggi, io, non dico nulla, “scendo la clèr” e chiudo i battenti: chiamiamolo silenzio stampa, o stanchezza, o ferie e vacanze, e demenza, e non voglia, o riservatezza o come vi pare: non importa.
Forse, se mi andrà, racconterò tre versioni: la mia, la tua, i fatti. La prima persona, la terza, l'onniscenza.
Prologo della una storia di un campo minato.
june 9th, 2011
01:55 am
Ero in ufficio, forse il mio, non so, solo una cosa ricordo come familiare, la tastiera del mio computer.
Ho una tastiera aggiuntiva in ufficio; è una di quelle che tu colleghi come periferica esterna: è più grande, più nera, più veloce, ha più spazio tra un tasto e l'altro - le tue dita, non si inceppano - non ti capita mai di schiacciarne uno per un altro, come adesso, sai sempre, lì, cosa stai premendo, non torni indietro.
La prima immagine che ricordo, è un uccellino, di quelli piccoli piccoli, senza piume, solo pelle, rosa e troppa, che quelle pieghe li caratterizzano; trovo questo essere e altro non fa che pigolare, incessantemente. Una, due, tre volte, finché non arriva un uccello più grande, che inizia, ogni tanto, tra un lamento e l'altro, a sfamarlo. L'uccello, piccolo, sbucava con la testa dalla mia tastiera, nel vuoto lasciato tra due tasti, sulla parte sinistra, dove trovi la lettera effe, era lui, inserito in quella fessura, con la sola testa protesa verso l'esterno, a pretendere cibo.
Secondo ricordo, credevo fosse una balena; questa mattina bevevo un succo di pesca, scendendo dalle scale, ed ho capito: non era una balena, bensì un capodoglio. Lo trovavo in un sacchetto, di quelli trasparenti, come le buste dei pesci quando li vinci alle giostre: osservi attraverso la plastica come si muovono, lui, però, era fermo, ma non morto, solo, non stava nuotando. Nella testa, in quell'istante, solo una domanda: quando cresce, lo tengo nella vasca da bagno? Nella mia realtà, non c'è, la vasca.
Il capodoglio inizia a crescere, finché si arriva al punto che, in quel sacchetto, così sacrificato, proprio no, non può rimanere – nel mio sogno, decido quindi, di farlo scomparire, immaginando, ma non vedendo, l'animale in acque aperte.
Scompare la quasi balena, ricompaiono i volatili. Secondo pulcino all'orizzonte, che guardando la tastiera, un po' decentrati, il primo più sulla sinistra, il novellino invece a destra, sembrano a casa, e urlano di voci stridule, ed incessanti.
Senza sapere bene come, il primo, sempre tra i tasti, lo vedo che inizia a beccare la carcassa di un pollo morto che, magicamente, era comparsa tra i due. Brutale, con la fame, quella vera. E' come guardare un bambino, cannibalizzare un adulto, contro natura, macabro.
Mi giro, mi allontano, contenta di aver scoperto che, dopo tutto, sopravviveranno.
Dopo poco, di nuovo avvicinatami alla tastiera, succede: esalano l'ultimo respiro, con la testa piegata da un lato, entrambi, socchiudono gli occhi, con sofferenza, e spirano.
Apro gli occhi di corsa, è finita, sono le sei del mattino. Ricordo di nuovo perché, per quale motivo il sonno è turbato. Godo, di quell'ora però che ancora mi rimane pre-ufficio, e, finalmente, dormo.
Sveglia alle otto e mezza, con calma, con il sogno stampato in testa, mi calo, bevendo di nuovo il succhetto da merenda all'asilo, giù per le scale, in silenzio, tutti curiosi di sapere di ieri: oggi, io, non dico nulla, “scendo la clèr” e chiudo i battenti: chiamiamolo silenzio stampa, o stanchezza, o ferie e vacanze, e demenza, e non voglia, o riservatezza o come vi pare: non importa.
Forse, se mi andrà, racconterò tre versioni: la mia, la tua, i fatti. La prima persona, la terza, l'onniscenza.
Prologo della una storia di un campo minato.
june 9th, 2011
01:55 am
06 June, 2011
one has two chances: buckley's or none.
(or snowballs chance in hell.)
i più attribuiscono a "buckley's chance", un legame con un department store australiano, buckley & nunn. A me, e sono convinta di non esser la sola, piace di più la meno plausibile storia.
william buckley, detenuto inglese, fu trasferito, durante il suo periodo di prigionia, in Australia; lo si credette morto, riuscì a scappare, visse per anni in una comunità aborigena.i più attribuiscono a "buckley's chance", un legame con un department store australiano, buckley & nunn. A me, e sono convinta di non esser la sola, piace di più la meno plausibile storia.
"buckley's chance" rappresenta quella possibilità altamente improbabile, proprio come quella del nostro william fu, as good as impossible.
qui, si vive nel tunnel di buck, dove tutto è così improbabile che, abituatati a spenderci sull'orlo di un precipizio, semplicemente ci giriamo dall'altra parte, per non soffrire di vertigini e non sapere quanto, quell'orlo, sia solo imbastito.
questa mattina ho temuto che la grammatica fosse errata, e verificando anche l'ovvio, ho scoperto che non era una questione di sintassi, di regole ed eccezioni, di forma: tutto era contenuto, è sempre tutta sostanza.
william avrà vissuto sotto mentite spoglie, non pensando alla forma, essendo chi era, travestito da altro, solo sostanza. william era stato costretto, riuscendo nell'impresa migliore; noi altri, no.
al detto "di necessità, virtù", preferisco, di gran lunga, la chance di buckley.
31 May, 2011
scorticamenti.
ahah. trovo questo post-it prima, incollato sul mio computer, e non so se è più divertente associato al messaggio sul monitor, oppure se lo preferisco in relazione alla headline del 70x100 appeso sul muro.
Il messaggio è chiaro.
31 maggio 2011: questa data non mi piace; sto per compiere 27 anni, e rifletto, forse troppo, sulle ciclicità della vita, eppure, non sto male, io sogno, sogno tantissimo, sempre ad occhi aperti, mi piace credere, nei sentimenti, nelle persone, nei momenti, ancora di più nelle opportunità, ieri mi piaceva festeggiare l'elezione di Pisapia.
Ecco, la politica è un qualcosa con cui ho un rapporto poco chiaro.
Non posso dire di sentirmi particolarmente impegnata, anzi, per alcuni versi posso dire di non esserlo affatto. È l'idea che le persone possano credere in qualcosa che mi piace, sia questo un orsacchiotto di peluche, la religione, un partito politico, o il super enalotto; e mi incanto, quando qualcosa del genere succede, per quanto non sposi nessuno di questi entusiasmi, o quasi.
Non posso sprecare giorni a sperare e lamentarmi senza far nulla, non posso spendermi in attese. Posso continuare a buttare la carta nel cestino, le sigarette nel posacenere, e provare ad imparare ad abbassare la voce - provare.
Non posso non telefonare o scrivere, solo perché è inappropriato, lo faccio, e basta, e cerco se voglio, solo perché mi va, forse, voglio solo sapere come stai.
Sono una totale incapace quando si tratta di distacco, io non mi distacco, quasi mai, solo ti sposto un po', ma se entri nella mia vita, ci resti, oppure scappi, a gambe levate, e fino a quando per me ne varrà la pena, cercherò un confronto.
Tanti scappano, quasi tutti, forse perché poi comunque, diversamente, rimangono, perché qui, si crede nelle possibilità, anche quelle impossibili: sei sempre l'ultima a riaprire gli occhi.
Perché la cura, è tutto, perché "take care", non si può tradurre, deve rimanere così, e non è mai per caso.
Così oggi potrei pensar male, o essere fatalista, o romantica fino all'esasperazione, o dedita al silenzio, come ora, con 'sta cazzo di musica nelle orecchie dalla settimana di boston, sempre le stesse 8 canzoni.
Sono egoista e non mi so tutelare, tutto fuori, tutto condiviso, tutto sofferente, che sembra sempre non ci sia bisogno. C'è.
Ed è una pessima giornata: di nuovo, siamo sulle montagne russe, si passa dalle valli del silenzio, alle vette da eco, epicità, tutta da evitare.
Sul fianco fa freddo ed a me, va bene così, per ora non si copre, non cambierebbe nulla, comunque, sta arrivando l'estate.
Il messaggio è chiaro.
31 maggio 2011: questa data non mi piace; sto per compiere 27 anni, e rifletto, forse troppo, sulle ciclicità della vita, eppure, non sto male, io sogno, sogno tantissimo, sempre ad occhi aperti, mi piace credere, nei sentimenti, nelle persone, nei momenti, ancora di più nelle opportunità, ieri mi piaceva festeggiare l'elezione di Pisapia.
Ecco, la politica è un qualcosa con cui ho un rapporto poco chiaro.
Non posso dire di sentirmi particolarmente impegnata, anzi, per alcuni versi posso dire di non esserlo affatto. È l'idea che le persone possano credere in qualcosa che mi piace, sia questo un orsacchiotto di peluche, la religione, un partito politico, o il super enalotto; e mi incanto, quando qualcosa del genere succede, per quanto non sposi nessuno di questi entusiasmi, o quasi.
Non posso sprecare giorni a sperare e lamentarmi senza far nulla, non posso spendermi in attese. Posso continuare a buttare la carta nel cestino, le sigarette nel posacenere, e provare ad imparare ad abbassare la voce - provare.
Non posso non telefonare o scrivere, solo perché è inappropriato, lo faccio, e basta, e cerco se voglio, solo perché mi va, forse, voglio solo sapere come stai.
Sono una totale incapace quando si tratta di distacco, io non mi distacco, quasi mai, solo ti sposto un po', ma se entri nella mia vita, ci resti, oppure scappi, a gambe levate, e fino a quando per me ne varrà la pena, cercherò un confronto.
Tanti scappano, quasi tutti, forse perché poi comunque, diversamente, rimangono, perché qui, si crede nelle possibilità, anche quelle impossibili: sei sempre l'ultima a riaprire gli occhi.
Perché la cura, è tutto, perché "take care", non si può tradurre, deve rimanere così, e non è mai per caso.
Così oggi potrei pensar male, o essere fatalista, o romantica fino all'esasperazione, o dedita al silenzio, come ora, con 'sta cazzo di musica nelle orecchie dalla settimana di boston, sempre le stesse 8 canzoni.
Sono egoista e non mi so tutelare, tutto fuori, tutto condiviso, tutto sofferente, che sembra sempre non ci sia bisogno. C'è.
Ed è una pessima giornata: di nuovo, siamo sulle montagne russe, si passa dalle valli del silenzio, alle vette da eco, epicità, tutta da evitare.
Sul fianco fa freddo ed a me, va bene così, per ora non si copre, non cambierebbe nulla, comunque, sta arrivando l'estate.
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